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Compiti a casa: aiuto!

Quante volte vi è capitato facendo i compiti a casa di dire ai vostri figli di studiare, e di smetterla, una buona volta, con quel telefonino?
Oppure di smettere di distrarsi o cercare di andare a giocare?
Quante volte sono rimasti indietro con i compiti o sono tornati a casa con un brutto voto?

La grammatica e i verbi a volte sono una sfida, la matematica è la “Grande Nemica”.
“Lo faccio dopo” diventa facilmente la frase più odiata, e sgridarli sembra non avere più effetto.

Se la risposta alla maggior parte di queste domande è stata “sì”, allora noi abbiamo un aiuto valido per te!
Nel nostro studio offriamo ai ragazzi uno spazio sereno e ideale per lo svolgimento dei compiti, in cui verranno sostenuti e spronati a migliorare.

Mai sentito parlare dell’aiuto compiti?

È un gruppo di lavori con altri bambini, nel quale tuo figlio troverà un ambiente mentale definito, dedicato senza limiti alla scuola, privo delle distrazioni che potrebbero trovare in casa.
Studiare a contatto con altri bambini/ragazzi, ognuno con le proprie caratteristiche e conoscenze, si rivelerà una risorsa preziosa a cui attingere.

I bambini/ragazzi verranno seguiti da persone competenti, che li sproneranno a scoprire e mettere in atto strategie di apprendimento diverse e personalizzate.
Il confronto sarà lo sprone necessario per migliorare nello studio e per accrescere l’autostima.
E, offrendo ai genitori la possibilità di avere uno spazio libero lontano dallo stress dei compiti, restituisce del tempo familiare sereno da trascorrere in altre attività.

Quando posso portare mio figlio?

I gruppi sono tenuti nel pomeriggio di venerdì e ha una durata di 2 ore.

Quanto costa?

10€ l’ora.

Per informazioni puoi come sempre contattarci tramite email  passieparole@gmail.com o al numero 0687248224 oppure compilando il modulo di contatto.

Allora che fai, vieni anche tu a fare i compiti con noi?

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Indennità di frequenza: scopri cos’è e come chiederla

Cos’è l’indennità di frequenza?

L’indennità di frequenza è stata istituita con la legge n. 289/1990, prevede un aiuto finanziario mensile alle famiglie di minori che devono sostenere spese legate alla frequenza di una scuola, pubblica o privata, o di un centro specializzato per terapie o riabilitazione. E’ riconosciuta solo se preceduta da una certificazione del problema. L’accertamento viene svolto dalla ASL e solo dopo la visita è possibile inoltrare la domanda per ricevere l’agevolazione.

Il primo passo da effettuare è quindi quello di svolgere tutti gli accertamenti necessari (valutazioni e viste dagli specialisti quindi neuropsichiatra infantile, psicologo, logopedista, ecc.)  ed essere in possesso di una diagnosi (es. DSA cioè Disturbo dell’Apprendimento Scolastico). Nel caso in cui abbiate svolto il processo di valutazione privatamente e non presso un centro pubblico, dovete tener presente che la  documentazione rilasciata dagli specialisti privati devono essere riportata in una certificazione pubblica (deve essere quindi riconosciuta dal medico della ASL che dovrà rilasciare una certificazione con la diagnosi e la specifica della Legge).

A chi è rivolta?

Viene destinata a tutti i cittadini minori di 18 anni che presentano difficoltà persistenti a svolgere i compiti e le funzioni proprie dell’età o ipoacusici.

L’iter per ricevere l’indennità di frequenza richiede che siano soddisfatti determinati requisiti di natura soggettiva, ambientale e reddituale. Vediamo quali sono.

Requisiti di natura soggettiva:

–    avere meno di diciotto anni di età;

–    essere cittadino italiano residente in Italia; per chi è cittadino straniero comunitario essere iscritto all’anagrafe del comune di residenza; per chi è cittadino straniero extracomunitario essere in possesso del permesso di soggiorno con validità annuale (articolo 41, Testo Unico immigrazione);

–    avere riconosciute  “difficoltà persistenti a svolgere le funzioni proprie dell’età” (L. 289/90) o “minore con perdita uditiva superiore a 60 decibel nell’orecchio migliore nell’orecchio migliore nelle frequenze 500, 1.000 e 2.000 hertz”;

Requisiti di natura ambientale (alternativamente):

–    frequentare terapie in maniera continua o anche periodica  presso centri riabilitativi o di recupero, in centri specializzati ambulatoriali o diurni, anche semi-residenziali, pubblici o privati convenzionati.

–    frequentare scuole pubbliche o private di ogni ordine e grado a partire dagli asili nido;

–    frequentare centri di formazione o addestramento professionale pubblici o privati, purché convenzionati, finalizzati al reinserimento sociale dei soggetti;

Requisiti reddituali:

–    il reddito personale del minore non deve superare la soglie prevista annuale prevista dalla legge (per l’anno 2016 es. importo limite di reddito era pari a 4.800,38 euro )

Se ho i requisiti descritti mi spetta sempre e comunque?

Se siete in possesso di tutti i requisiti personali, ambientali e economici sopra descritti, l’ultima ma fondamentale informazione da sapere è che l’indennità di frequenza è incompatibile con :

  • qualsiasi forma di ricovero;
  • – l’indennità di accompagnamento (es. nel caso di invalidi civili non deambulanti o non autosufficienti);
  • l’indennità di comunicazione prevista per i sordi prelinguali.

Come faccio la domanda?

I documenti necessari sono:

– un certificato medico pubblico, portante la diagnosi della patologia

– un certificato che attesti l‘iscrizione presso corsi di studio o di formazione professionale ovvero l’attestazione dei cicli terapeutici o riabilitativi, rilasciato dalla struttura/centro che il minore frequenta

Potete fare domanda online all’INPS attraverso il servizio dedicato, consigliamo però in questa fase di rivolgervi a enti di patronato ( es. il CAF) usufruendo dei servizi telematici offerti dagli stessi, così da poter essere seguiti da personale competente in questa fase  più complessa.

Quanto spetta? E quando viene erogato il pagamento?

Una volta accertati i requisiti sanitari previsti, il pagamento decorre dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda e comunque non prima dell’inizio della frequenza ai corsi o ai trattamenti.

L’indennità  viene corrisposta per tutta la durata della frequenza  (se certificato quindi viene corrisposta anche per i medi estivi) fino a un massimo di 12 mensilità.

Per l’anno 2017 l’importo è pari a 279,47 euro mensili.

Se tuo figlio deve fare o sta facendo terapia, richiedila subito!

Se hai bisogno di consigli o approfondimenti ci puoi contattare qui.

 

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Genitori e figli: una relazione possibile?

È sempre la solita storia?

Siamo sicuri che una volta fosse veramente differente?

“Ai miei tempi”, questa è la frase a cui la mia generazione è stata abituata, esattamente come la generazione precedente, quella prima ancora, e così via fino alla notte dei tempi.

La generazione uscente ha sempre la percezione che le generazioni entranti siano differenti, solitamente in peggio.
Ne siamo proprio sicuri?

Proviamo a scomporre le caratteristiche delle nuove generazioni e a distinguere il contenuto, ossia quali sono i loro hobby, le canzoni che ascoltano, etc., dal processo.

Le nuove generazioni ci appaiono come irrequiete, caotiche, turbolente, senza una meta o uno scopo precisi. Facciamo adesso un parallelo con la nostra generazione e portiamoci per un attimo a quando avevamo la loro età.

Quanti dubbi avevamo? Quante aspirazioni senza concretezza? Quanti obiettivi abbiamo cambiato nel corso della nostra adolescenza e della nostra prima adultità?
E perché le nuove generazioni dovrebbero essere differenti?
Per non parlare dei loro interessi.

Musica strana, che a noi risulta vuota oppure inascoltabile.

Programmi televisivi o video senza un reale contenuto.

Interessi e passatempi che a noi appaiono senza contenuti.

Eppure se noi andiamo a ripensare ai passatempi della nostra gioventù, ci vengono in mente le eterne discussioni con i nostri genitori, i quali ci accusavano di passare tutto il giorno davanti alla televisione e ci comandavano di pensare alle cose serie anziché dedicarci a passatempi inutili.

I nostri genitori non perdevano un’occasione per ricordarci come ai loro tempi tutto era più difficile e che noi eravamo stati fortunati ad essere nati dopo.

Già… anche i nostri genitori ce l’avevano con “i loro tempi”.
E probabilmente i loro genitori adottavano lo stesso identico comportamento quando erano giovani a loro volta.

Nel momento in cui noi ragioniamo in termini di “ai nostri tempi”, corriamo un enorme errore nel relazionarci con i nostri ragazzi: decontestualizziamo ciò che invece deve necessariamente essere contestualizzato.

Ogni passatempo, ogni hobby, ogni modo di trascorrere la giornata è adeguato al tempo che si sta vivendo in quanto frutto dell’evoluzione delle culture precedenti e preparazione al mondo di giorni a venire, ovviamente se questo non danneggia i nostri ragazzi o la nostra società.

I nostri ragazzi passano tutto il giorno inviandosi messaggi su WhatsApp perchè nel 2017 dopo Cristo è il modo più tipico per rimanere in connessione anche quando si è distanti, in un mondo che ormai è diventato “Real Time” per definizione.
Si radunano davanti ad un cellulare per assistere ad una partita di Clash of Clans esattamente come noi ci riunivamo per giocare a Tekken.

Un altro grave rischio di questo modo di percepire il mondo dei nostri ragazzi, è che ci poniamo su di un piedistallo, nella figura dei santoni che sanno cosa è veramente la vita.

Sebbene sia innegabile che noi adulti abbiamo una visione più completa della realtà che ci circonda, e che è nostro compito aiutare i nostri ragazzi a crescere verso quella direzione ponendoci nella figura dei “Grandi Maestri”, creiamo una barriera tra noi e i nostri figli che loro percepiranno con una violenza tale per cui tenderanno ad allontanarsi.

Del resto stiamo parlando di generazioni che non concepiscono l’autorità, ma prendono in seria considerazione l’autorevolezza, ed è su questa base che dobbiamo muoverci per guadagnarci la loro fiducia.

 

Quando due mondi collidono.

Spesso il problema della relazione genitore-figlio sta nella differenza dei codici comunicativi.
Molto spesso quando opero con genitori e figli noto una contraddizione decisamente simpatica e alquanto strana.

Quando chiedo al genitore, madre o padre, qual è il principale problema con il loro figlio, spesso mi sento rispondere che “mio figlio non mi capisce”.
Viceversa quando pongo la stessa domanda al figlio, questi spesso mi risponde che “mio padre, o mia madre, non mi capisce”.
Ci troviamo quindi di fronte ad una questione che presenta una reiterazione: una parte non capisce l’altra, la quale a sua volta non capisce la prima, e così via in un circolo vizioso ricorsivo apparentemente senza fine.

La cosa che incuriosisce ancora di più è che ognuno è convinto che sia l’altra parte a non capire.
In questa dinamica, genitori e figli vivono in due mondi separati, ognuno fermo attendendo che sia l’altro a muovere il primo passo.
Questo elemento, se protratto nel tempo, rischia di cristallizzarsi e diventare una questione di principio dalla quale diventa difficile uscire.

Come fare per uscire da questo circolo vizioso?

Hai mai pensato come genitore quanto possa essere difficile farti capire dai tuoi figli?
Siamo di fronte ad un’altra generazione, un nuovo modo di intendere il mondo e la vita.
Né migliore né peggiore, soltanto differente.

Di nuovo ci viene in aiuto la consapevolezza della nostra esperienza in quanto adulti, e quindi persone in grado di avere un metro di paragone storico.
Pensa a quando eri giovane tu e i tuoi genitori non ti capivano.
Comprendi adesso dove sta la questione?

Essendo due mondi differenti, cambiano anche i codici comunicativi.
Non sto parlando solamente del gergo utilizzato, anche se già questo basta a generare il divario.

Sto parlando di un altro modo di concepire la realtà che ci circonda.
Il primo passo è sempre il più difficile, perché spesso noi adulti ci sentiamo parte lesa dall’atteggiamento manchevole dei nostri ragazzi.

Eppure hai mai pensato a cosa potrebbe accadere se fossi tu a compiere il primo passo verso i tuoi figli?
Che cosa accadrebbe se fossi tu a bussare alla loro porta per chiedere un chiarimento su una loro frase, non con l’atteggiamento di chi esige una spiegazione, ma con lo spirito genuino di chi desidera comprendere il modo di pensare dell’altro?


L’asimmetria necessaria.

Ascolta tuo figlio, ma ricorda che tu sei l’adulto.
Scendere a livello dei nostri figli, avvicinarci al loro mondo, farci insegnare da loro, non significa colludere con loro.

In ogni momento dobbiamo ricordarci che noi rimaniamo gli adulti, con tutto il nostro ruolo educativo.

Abbiamo l’ingrato e faticoso compito di agire su due canali distinti ma contemporanei: da una parte ci viene richiesto di agire aderendo al loro Mondo e alle loro regole, dall’altra lo dobbiamo fare mantenendo la consapevolezza che dobbiamo rimanere costantemente all’erta ed essere in grado di scivolare sul piano adulto non appena se ne verifica il bisogno.

È un enorme dispendio di energie, ma necessario.

Ci costringe a non abbassare mai la guardia, talvolta a recitare un ruolo, a stabilire sin dagli inizi con noi stessi qual è la linea di demarcazione tra l’ascolto attivo e la collusione.

 

Tu non sei me

Il rischio dell’identificazione.
Tu non sei me.

Ripetilo come un mantra almeno un centinaio di volte al giorno, mantenendo sempre ben presente l’immagine di tuo figlio davanti ai tuoi occhi.

Uno dei principali errori che vedo fare dai genitori che si rivolgono a me per le consulenze, è quello di identificare il proprio figlio, la sua vita e suoi tempi, con se stessi.

Paragonare la vita dei nostri figli con la vita che noi passammo alla loro età è assolutamente anacronistico e deleterio, in quanto non tiene conto dei profondi cambiamenti culturali e sociali che sono avvenuti in così pochi decenni.

Si tratta di una situazione costante nella storia dell’essere umano.

Anche mio padre, nato nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, mi raccontava cose della sua giovinezza che a me apparivano ai limiti dell’assurdo, tra il fare il muratore nei cantieri di Torino all’età di 13 anni, il servizio militare di 18 mesi, oppure anche cose più frivole.

Questa discrepanza è la stessa che vedo tra la mia gioventù e i giovani di oggi, già solamente per il fatto che ai miei tempi non esisteva Internet.
E così sarà per i nostri figli nei confronti dei loro figli, in un mondo che accelera sempre di più.

È difficile operare questa distinzione, ma possiamo e dobbiamo riuscirci, perché è proprio su questo punto che ci giochiamo buona parte del rapporto con i nostri figli, prova ne è che è alla base della maggior parte delle lamentele che i ragazzi mi portano nei confronti dei loro genitori.

Operare questa necessaria distinzione tra noi e loro è fondamentale, perché ci permette di comprendere il loro mondo, cosa che gioverà alla relazione.

Del resto ricordiamoci che stiamo parlando di una generazione che rifiuta il concetto di autorità, a favore del concetto di autorevolezza e sono molto attenti e sensibili su questo.

Quindi ripeti insieme a me: “Tu non sei me”.

Continueremo a parlarne nel prossimo articolo.

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In cucina si impara…Ricette per Crescere!

Una domanda che molte volte ci viene rivolta dai genitori è :” Cosa posso fare a casa per aiutarlo?” “Che giochi ci consigliate?”

Ascoltando le nostre risposte si rimane  spesso stupiti dallo scoprire che non serve girare per negozi alla ricerca di particolari giochi o arrovellarsi per inventare nuove attività, poiché nell’ambiente domestico di ognuno di noi è già presente tutto ciò che occorre per stimolare al meglio e in modo divertente i nostri bambini.

Un esempio? La cucina!

La cucina è l’ambiente domestico per eccellenza, quello che meglio rappresenta le routine quotidiane dalla colazione alla cena, un mondo pieno di oggetti e cose che incuriosiscono i bambini sempre alla ricerca di un modo per imitare mamma o papà.

Adatto a tutte le età!

Le infinite attività che si possono svolgere in cucina permettono di coinvolgere e stimolare bambini di tutte le età.
I più piccoli potranno imparare ad usare i cinque sensi scoprendo il cibo attraverso l’olfatto, annusando odori diversi; il tatto, manipolando e sentendo le consistenze; la vista, osservando e imparando i colori degli alimenti; l’udito, ascoltando il rumore dei liquidi che scorrono o delle bucce che si rompono;  e naturalmente il gusto !
Pensiamo poi quanto tutto questo possa essere importante per educare ad una corretta alimentazione.

 

Sviluppa la motricità fine e il linguaggio

Grattuggiare, impastare, mescolare, tagliare (sotto stretta supervisione di mamma e papà)  sono attività che consentono di allenare e potenziare la motricità fine e la coordinazione visuo-motoria.
Man mano che si diventa più bravi si possono sperimentare impasti di consistenza  differente per aumentare la forza e la precisione nei movimenti, pensiamo alla differenza tra la pasta della pizza e quella dei biscotti.

Per il linguaggio? Verbalizzare  tutti i vocaboli legati al nome dei cibi, alle categorie semantiche ( la frutta, la verdura, la carne) o alle azioni che si svolgono, aiuta ad ampliare il lessico.
Si possono raccontare insieme i passaggi necessari per arrivare al prodotto finale, favorendo in questo modo la narrazione e utilizzando i termini come prima, dopo, infine.
Si potenziano le abilità di ragionamento verbale raccontando insieme ai grandi da dove provengono gli alimenti che si utilizzano: avete mai chiesto ai vostri bimbi se sanno da dove arriva il latte? O dove cresce la frutta? Le riposte vi sconvolgeranno! Mai dare qualcosa per scontato!

Utile anche per la scuola

I bambini delle elementari grazie alla cucina possono rinforzare le abilità logico-matematiche aiutando a dosare e pesare i cibi e gli ingredienti e allenando così abilità di calcolo, equivalenze, peso, misure. Si può lavorare persino sulle  frazioni,  immaginate di dividere a metà o di frazionare una torta, non c’è modo più semplice per far comprendere il concetto di intero e di parte.
Si esercitano anche le abilità di lettura, leggendo le ricette, e di scrittura, ad esempio aiutando a scrivere la lista degli ingredienti che ci servono.

Adesso si cucina: facciamo i biscotti al cacao!

Bene! Finalmente è il momento di cucinare!
Ecco una ricetta semplice da fare con i vostri bimbi, impastate insieme e divertitevi a tagliare i biscotti con le forme che più vi piacciono.
Un ultima idea? utilizzate gli stampini con le lettere e una volta sfornati create le parole!

Ingredienti

  • 150 g. di farina
  • 20 g. di amido di mais
  • 1 bustina di lievito per dolci
  • 50 g. di cacao amaro
  • 50 g. di burro
  • 35 g. di zucchero
  • 1 uovo

Preparazione

  1. Ponete la farina, l’amido di mais, il cacao e il lievito su un tavolo formando una montagnetta con il buco in mezzo. Ammorbidite il burro e ponetelo al centro della montagnetta insieme all’uovo sbattuto e allo zucchero. Impastate bene. Formate i biscotti con gli stampini che preferite.
  2. Riscaldate il forno a 180°, rivestite la teglia con la carta da forno e poneteci sopra i biscotti. Fate cuocere  per circa 20 minuti. Una volta raffreddati, ricopriteli con lo zucchero a velo.

 

 

 

 

 

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Quando il bambino non parla…

La comparsa delle prime parole è una delle tappe dello sviluppo più emozionanti.
Tutti i genitori aspettano con ansia il meraviglioso momento in cui quel mare di suoni e vocalizzi prodotti dal bimbo, la-la-la-la, apapapapa, ma-ma-ma-ta-ta,  si fondono in un’unica parola, a significato.
“Mamma” per alcuni, “papà” per altri, ma anche “pappa”, “nonno” e via dicendo.
Appare tutto cosi magico e straordinariamente naturale.

Cosa succede, però, quando il bambino non parla?

Purtroppo alcuni bambini sembrano non avere alcuna intenzione di utilizzare il linguaggio verbale ed eludendo le aspettative dei loro genitori proseguono ad esprimersi tramite gesti e suoni per comunicare.
Sono quei bambini che molti definiscono“pigri”.

Ecco, quindi, che nella mente di mamma e papà cominciano a farsi strada dubbi e domande, finché non prende vita la corsa allo specialista, che non sempre porta ad avere i chiarimenti ricercati.
“Non si preoccupi parlerà!!” è una delle risposte più in voga, accompagnata da “Ognuno ha i suoi tempi!!” e “Prima o poi parlano tutti!”

Proviamo a fare un po’ di chiarezza cercando di capire meglio cosa bisogna imparare ad ossevare e soprattutto quali sono i tempi giusti per intervenire.

Le prime parole

Le prime parole compaiono solitamente intorno ai 12 mesi, seguendo la fase della “lallazione” (a partire dai 6 mesi) durante la quale il bambino allena i propri organi fono- articolatori producendo suoni e sillabe, sempre più varie.
Aiutare il bambino a sviluppare il linguaggio, in particolare nel primo anno di vita, significa non solo stimolarlo a produrre suoni, ma ancor prima stimolarlo e motivarlo a comunicare.
Gli adulti per primi devono imparare a  guardare i gesti del bambino, ascoltare le parole e tentare sempre di interpretare cosa vuole dire, condividere e rendere divertente la comunicazione, imitare e ripetere quello che sta dicendo.

 Le frasi

Tra i 18 e i 24 mesi il vocabolario del bambino si arricchisce di nuovi vocaboli e questo gli permette di combinare due o tre parole insieme, producendo delle piccole frasi come “Voglio pappa” “mamma bua”.
A 36 mesi il bambino è in grado di produrre frasi sempre più lunghe e complesse, utilizzando articoli, pronomi, aggettivi.

 Il linguaggio come gli adulti

Il bambino di 2-3 anni usa il linguaggio per parlare e apprendere il mondo circostante.
Anche i suoni si perfezionano e gli errori di articolazione che venivano commessi a 24 mesi man mano scompaiono.
Intorno ai 4 anni il bambino si mostra capace di parlare “come un adulto”, producendo parole chiare e comprensibili a tutti, articolando correttamente i suoni della lingua, con frasi adeguate al messaggio che vuole comunicare.
E’ importante in questo periodo che l’adulto permetta al bambino di parlare di un argomento, prendendosi il tempo necessario per ascoltarlo e rispondere.

Come posso fare per capire se il bambino è in ritardo?

Esistono attualmente precisi indicatori di rischio che possono segnalare la presenza di un ostacolo o una difficoltà nell’acquisizione del linguaggio:

– A 12 mesi, se il bambino mostra difficoltà di comprensione del linguaggio; se non compare la fase della lallazione, se il bambino non utilizza alcun gesto per comunicare.

– A 24 mesi se il bambino produce meno di 10 parole e ha difficoltà di comprensione.

– A 30 mesi se produce meno di 50 parole e non inizia a combinare insieme due parole, per esempio: ”voglio palla!” e ha difficoltà di comprensione.

– oltre i 36 mesi se il linguaggio del bambino non è comprensibile e commette molti errori di pronuncia

Non è mai troppo presto per ottenere delle indicazioni preziose circa lo sviluppo del bambino:  un ritardo di linguaggio trascurato e non colto in tempo potrebbe evolversi in un disturbo di linguaggio vero e proprio e a sua volta un disturbo di linguaggio non trattato tempestivamente può avere importanti ripercussioni negli apprendimenti scolastici.
Imparare a riconoscere le tappe evolutive e gli indicatori di rischio permette di muoversi tempestivamente, senza aspettare oltre nella speranza che il disturbo si risolva da sé.

 

 

Pubblicato in: Scuola-menti-amo

Facciamo i compiti insieme?

Aiuto! I compiti!

Ci risiamo! Anche oggi pomeriggio è arrivata la tanto odiata routine dei compiti.

Al rientro dalla scuola, tutti i giorni o il fine settimana,  la pausa di relax e gioco pomeridiano è destinata a terminare perchè i compiti sono lì che aspettano. Diciamoci la verità, nessuno è felice di rimettersi a studiare, bambini, ragazzi e neanche i genitori che vivono spesso questo momento come una lotta all’ultimo sangue con i propri figli.

“Ti ho detto che devi fare i compitiiii” , “Metti via la play station che devi studiare”, “Vuoi spegnere quella televisioneee e iniziare a fare matematica!?”.

Perchè i compiti a casa?

I compiti sono una grande noia, ma purtroppo sono altrettanto importanti  per gli studenti, perchè permettono di fissare i concetti imparati a scuola, di memorizzare e rendere automatici dei processi in fase di acquisizione (come la lettura, le regole ortografiche, i fatti numerici), di studiare gli argomenti di materie come storia, geografia, scienze.

In gruppo è più facile!

E’ stato dimostrato che studiare in gruppo costituisce un valido supporto all’apprendimento e favorisce la motivazione nello svolgere i compiti scolastici.

Nel gruppo non sono più da solo, con i miei compiti e le mie difficoltà, ma mi confronto con gli altri. Scopro che ognuno ha le proprie aree di forze e i propri ostacoli da superare, imparo nuovi metodi di studio e strategie per fare meglio e prima.

Come funzionano i gruppi?

Il nostro studio organizza piccoli gruppi di Aiuto Compiti, composti da bambini o ragazzi (da 2 a 5/6 persone massimo), strutturati in base all’età e all’omogeneità delle competenze.

Abbiamo riscontrato che fare i compiti insieme, supervisionati da specialisti del settore ( terapisti) che aiutano ad essere autonomi e suggeriscono al tempo stesso tecniche e strategie di apprendimento efficaci, permette ai bambini di vivere la routine dei compiti come un momento di crescita e , incredibilmente, di divertimento.

Quando venire

I gruppi sono tenuti nei pomeriggi di lunedi – mercoledi e giovedi .

Si può decidere di partecipare ad un solo gruppo pomeridiano o di venire anche per più pomeriggi, in base ai propri impegni e alle singole necessità.

Valutando l’età del bambino e il livello scolastico, lo inseriremo nel gruppo più idoneo.

Per informazioni potete come sempre contattarci tramite email  passieparole@gmail.com o al numero 0687248224

Allora che fai, vieni anche tu a fare i compiti con noi?!

 

 

Pubblicato in: Neuropsicomotricità e passi

Sono Filippo e sono autistico

Nel mio lavoro ho incontrato tanti bambini e avuto a che fare con tantissimi disturbi diversi.
La cosa affascinante è spesso che, nonostante sui libri sembri tutti catalogato, ogni volta ti stupisci di come alcune cose si ripetano e ti diano conforto nel sapere come interpretare, muoverti, agire e di come tante, invece, siano sempre diverse.
Che poi è l’aspetto che più di tutti ti fa capire, ogni giorno, che non esistono normodotati e disabili: esistono solo le persone. E alcuni dei bimbi che incontri, ti restano dentro per sempre.
Oggi quindi ti racconto di lui, il “mio” Filippo. Ma voglio provare a farlo in modo diverso, voglio provare a farlo dalla sua voce, come se fosse lui a raccontarsi.
Prima però è doverosa una parentesi. Ti porto per mano a cercare di capire un po’ meglio un disturbo importante.

Uno dei disturbi più affascinanti, chiaramente parlo da clinico, è almeno per me l’autismo. Se ne sente parlare tantissimo, ma che vuol dire davvero?

Autismo, un viaggio di assenze e presenze
L’autismo fa parte della famiglia dei “Disturbi generalizzati dello sviluppo”, in gergo neuropschiatrico si usa la sigla DGS. Sotto a questo cappello, se così vogliamo chiamarlo, si sistemano moltissime sfumature di questo disturbo dalle caratteristiche a volte terribili, a volte bizzarre.
Quindi possiamo riconoscere fondamentalmente tre grandi gruppi:
a basso funzionamento, in cui le competenze del bambino sono fortemente compromesse e associate ad un ritardo mentale grave o ai limiti del grave
a medio funzionamento, in cui invece abbiamo appunto una compromissione media/lieve
ad alto funzionamento o Asperger, in cui i bambini sono spesso definiti bimbi dal comportamento bizzarro ed hanno competenze cognitive alte, sebbene non siano comunque adeguati alla cosìdetta norma.
Hai mai visto il film “A beautiful mind” sul matematico John Nash? Ecco, lui era un Asperger geniale.
Quello di cui voglio raccontarti oggi, è proprio lui: l’autismo ad alto funzionamento.

Che vuol dire essere autistici
Abbi un pochino di pazienza, a breve arrivo anche a Filippo. Ma prima penso sia giusto spiegare un pochino chi sia e presentarlo, partendo da quella che purtroppo è la sua etichetta: autismo.
I bambini autistici, chiaramente a seconda della compromissione, sono bambini che principalmente manifestano comportamenti bizzarri:
non guardano negli occhi o lo fanno poco
– hanno una relazione con l’altro caratterizzata dalla tendenza all’isolamento, da una ricerca di contatto atipica, vengono definiti bambini “sfuggenti” (si avvicinano molto o per niente o utilizzano l’altro come mezzo per raggiungere uno scopo)
– tendono ad avere stereotipie motorie , quindi ripetono costantemente un movimento
– tendono ad essere ripetitivi, fino ad essere ossessivi, sia nella scelta dei giochi, di un cartone animato, nella preferenza di un oggetto, nel linguaggio, nell’alimentazione, con le persone. Se si interrompe questa loro ripetitività, a volte possono diventare anche molto aggressivi.
– spesso hanno difficoltà a livello percettivo, non sopportano alcune temperature, consistenze, di sporcarsi, di toccare qualcosa o essere toccati. Avviene a volte, purtroppo, anche con la mamma.
– a livello comunicativo, parlano poco, non hanno un linguaggio adeguato o anche in questo caso è bizzarro. Ripetono quello che dicono gli altri, faticano a parlare in prima persona, non comprendono i sottintesi e l’ironia.
Ti sto raccontando in breve e in minima parte l’universo di un disturbo che raccoglie e abbraccia molte sfumature, perchè voglio provare a raccontarti lui: Filippo. Ma voglio farlo in modo diverso, come ti accennavo.
Voglio provare a far finta che sia lui a raccontarti se stesso.
Vieni, ti presento Filippo. “Filippo? Vieni?”

Non vuoi!
È arrivata Alessandra, non vuoi Alessandra!
Ecco. E mi dice “Filippo, non si dice non vuoi, si dice non voglio!”. Lo ripeto “Non voglio Alessandra!”, non ho capito bene cosa significhi, ma glielo dico. Magari oggi mi lascia in pace.
Ho bisogno di muovere spesso le mani, le agito in aria. Mi piace! E mi piace guardarle, perché mi si incastra negli occhi tutto un movimento strano, e poi la luce va e viene veloce. Mi piace!
Quando in classe gli altri gridano forte io ho voglia di correre. E mentre corro, saltello un po’. E faccio anche quella cosa con le mani.
La maestra o Alessandra mi dicono di calmarmi. Alessandra forse lo fa meglio, perché si avvicina, mi stringe un pochino le spalle e mi dice di guardarla. Faccio tanta fatica a guardarla negli occhi, però lei mi parla piano e facile.
Mi dice poche parole, mi capisce un po’. E allora mi calmo. Ma spesso, prima, ho bisogno di mordermi la mano.

Quando viene Erika lo dico anche a lei, eh! “Non vuoi Erikaaa!” E lei mi dice la stessa cosa che mi dice Alessandra.
Lei mi fa leggere e scrivere, perché sono abbastanza bravo e so farlo, Alessandra invece mi fa disegnare, mi fa fare cose con le mani. E poi balliamo.
E quando balliamo sono felice, così tanto che mi mordo le mani!
È difficile, ma lei ha trovato dei video della Play Station, ci sta un bambino che balla e io devo fare uguale.
Quando sbaglio a mettere il piede, mi viene voglia di gridare e Alessandra mi aiuta. Qualche volta mi sgrida perché non sto attento, ma piano piano sto diventando bravo. Facciamo tanti balletti!
Riesco a fare meglio i movimenti, sto più attento nella stanza e la guardo meglio. Di più.
A casa con mamma, papà e mio fratello mi diverto. Mi piace parlare al telefono con papà quando non c’è.
Non mangio tante cose, mi piacciono le cose bianche.

Quando incontro le persone, mi piace chiedergli che macchina hanno. Lo chiedo sempre, ogni volta. Non le guardo molto, quando mi rispondono mi viene voglia di gridare e di mordermi le mani.
Con gli altri bambini mi piace stare, ma alcuni sono più carini e mi abbracciano o mi aiutano quando andiamo in giardino. C’è tanto spazio e mi sento un po’ confuso, come quando vado al centro commerciale.
Sono riuscito anche a fare delle recite a scuola!

Principalmente vivo in un mondo tutto mio, ma non lo fate spesso anche voi?

Pubblicato in: Neuropsicomotricità e passi

Ciao, sono una Neuropsicomotricista!

Quando studiavo all’università, ricordo che mia madre scrisse su un foglio cosa facevo.
Non aveva problemi di memoria, era solo che dire “mia figlia studia terapia della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva“, all’inizio le risultava difficile.
Questo professionista spesso sconosciuto, essere semi-mitologico perché spesso anche confuso con molte altre figure, che fa nella vita? E quindi, io, di cosa mi occupo?
Continua a leggere e te lo spiego, spero nel migliore dei modi per te!

Chi è il TNPEE o Neuropsicomotricista
Oggi siamo riusciti a coniare un termine un po’ più semplice, siamo definiti anche Terapisti dell’età pediatrica. La verità è, per dirla molto brevemente e in parole tanto semplici, che io mi occupo di quasi tutti i disturbi dell’area neuropsichiatrica infantile.
Il TNPEE è un professionista che, a seguito del conseguimento di una laurea (da non confondere quindi con lo psicomotricista), è abilitato ad esercitare la sua professione in strutture pubbliche, convenzionate o privatamente.
Quasi sempre lavora in un’equipe multidisciplinare e, grazie alla sua specificità e dopo un’accurata valutazione del bambino, abilita o riabilita, potenzia e migliora le sue competenze.
La sua sfera di azione principale è nella fascia d’età 0-3 anni. Ti potrebbe capitare un neuropsicomotricista che, per scherzare, ti dica che un bimbo sopra ai 3 anni è vecchio!
Un terapista interviene comunque nell’età evolutiva, a mio parere dopo i 10 anni inizia ad essere non più di molto aiuto, a meno che non si sia specializzato su altri fronti.
Ma veniamo ai dettagli.

Di cosa si occupa
Principalmente il neuropsicomotricista si occupa del corpo e del movimento. Per questo accade che, molte volte, genitori o insegnanti pensino che faccia fare ginnastica ai bambini.
Assolutamente no!
Lavora, oltre che su problemi motori, sia a livello neurologico che non, anche e soprattutto per risolvere problematiche comportamentali e relazionali, per migliorare l’area prassica e visiva, l’area cognitiva e grafico-simbolica.
Chiaramente il lavoro varia a seconda dell’età e del disturbo (autismo, ritardo mentale, sindromi, paralisi cerebrali infantili, adhd, disturbo di linguaggio, disturbo dell’apprendimento, etc).
L’approccio è quasi sempre di tipo ludico, a meno che gli obiettivi non prevedano lavori più tecnici o strutturati da svolgere a tavolino.
Attraverso il corpo (che non è solo movimento), il miglioramento della relazione, il miglioramento dell’attenzione verso se stesso, l’ambiente e l’altro, il potenziamento delle capacità adattive e organizzative e il conseguente potenziamento cognitivo che deriva e che solo il lavoro del neuropsicomotricista per le sue competenze sa dare (anche se altre figure professionali come il logopedista, lo psicologo, il fisioterapista spesso provino a fare il suo lavoro), il bambino sviluppa in maniera armoniosa le sue capacità.

Con chi lavora
Come ti accennavo prima, sperando tu sia arrivato fin quì, il neuropsicomotricista lavora in equipe composta solitamente da neuropsichiatra infantile, logopedista e in molti casi anche dallo psicologo. Qualche volta il terapista occupazionale, raramente c’è un fisioterapista.
Succede che possa lavorare solo con il medico, ad esempio quando il bambino è molto piccolo (primo anno di vita quasi sempre, spesso fino ai 2 anni) o se le dinamiche comportamentali-relazionali sono così compromesse, da non permettere un lavoro più strutturato come può essere, ad esempio, anche quello logopedico.
Successivamente, qualora necessario, si prevede l’introduzione nella quasi totalità dei casi della figura del logopedista che resta da sempre il “miglior collega” del neuropsicomotricista.
Dai 2 anni in su viene inserito nel lavoro multidisciplinare, a meno che non si tratti di disturbi specifici non di sua competenza.

Se sei arrivato fin qui, mi piacerebbe stringerti la mano!
Spero ora tu abbia un’idea un po’ più chiara di chi è il neuropsicomotricista, per qualunque dubbio o domanda puoi scrivermi all’indirizzo passieparole@gmail.com.
Così ti stringo la mano. 🙂